Il pomodoro più “buono”? Quello che rispetta l’ambiente e le persone

Giu 15, 2022

L’Italia, preceduta dagli Stati Uniti, è il secondo produttore al mondo di pomodoro. Da sola, infatti, raggiunge il 15,6% della produzione globale e il 53% di quella europea. Un andamento che sembra essere confermato dai risultati registrati nel 2021: dai 71.217 ettari di terreno messi a coltura sono state prodotte 6,05 milioni di tonnellate di pomodoro; una quantità che consente al nostro Paese di essere il primo esportatore al mondo di prodotti a base di pomodoro.

Un mercato di queste dimensioni – va da sé – necessita di molta manodopera: limitandosi al solo settore delle conserve di pomodoro, sono coinvolti ogni anno 10.000 lavoratori ai quali si aggiungono altri 25.000 addetti stagionali (ANICAV). Tuttavia, pur florido e ben posizionato all’interno dello scenario internazionale, questo settore non è libero da ombre, le cui cause spesso vanno ricercate nella struttura delle imprese della filiera e nella parcellizzazione della produzione, che vede grandi o grandissime aziende di trasformazione affiancarsi a realtà agricole più piccole e poco strutturate. Ed è generalmente in queste ultime – abituate a servirsi di manodopera stagionale non qualificata – che si verificano fenomeni di illegalità e sfruttamento che vanno sotto il nome di “caporalato”. Si tratta di lavoratori in stato di bisogno, che accettano di offrire la propria manodopera senza un regolare contratto. Una situazione purtroppo abituale – e non per questo meno odiosa – che fa la sua comparsa ogni anno in concomitanza con il periodo della raccolta, ma che non si ferma a quest’attività.

Secondo il V Rapporto dell’Osservatorio Placido-Rizzotto nel biennio 2018-2019 sarebbero stati 180.000 i soggetti vulnerabili vittime del caporalato. Tra tutti i settori produttivi è quello dell’agroalimentare a detenere il triste primato del maggior numero di lavoratori irregolari. Una tra le ragioni di tale ingiustificabile comportamento da parte dei produttori è da ricondursi alla volontà di mantenere bassi i prezzi di vendita dei prodotti sul mercato: dovendo pagare meno gli operatori essi posso proporre al consumatore un prezzo più basso. Ma tale strategia, oltre a essere eticamente inaccettabile, non sembra neppure essere quella vincente. Infatti, sono sempre di più i consumatori che, al momento dell’acquisto preferiscono scegliere prodotti di brand impegnati nella sostenibilità sociale: nei primi sei mesi del 2021 sono stati il 60% degli italiani. All’attenzione alle persone si aggiungono poi quella per l’ambiente, scelta dal 70% degli acquirenti e per i prodotti di marche che dichiarano di essere green, preferiti dal 62% (Rapporto Coop 2021). Tuttavia, i produttori inclusi quelli di pomodori o a base di conserve e alimenti che contengono tale frutto, non possono limitarsi a dichiarare che i loro prodotti siano socialmente e ambientalmente sostenibili, devono poterlo dimostrare. Per farlo possono ricorrere ad enti terzi, come Bureau Veritas Italia, che attraverso ispettori specializzati, conducono sul campo audit di seconda parte verificando sia che i produttori abbiano tutta documentazione in regola, sia che i lavoratori possano operare in condizioni dignitose e di legalità. La richiesta di audit può essere fatta non solo dai produttori, ma anche dai distributori, che in questo modo sono sicuri di collaborare con fornitori qualificati, in regola e attenti al rispetto delle persone.

Inoltre, le imprese che desiderano comunicare ai consumatori in modo trasparente il proprio impegno sugli aspetti etici e sociali possono avviare un percorso di certificazione della Social Footprint. Si tratta della misurazione dell’impronta sociale di un prodotto attraverso l’analisi dell’organizzazione, delle persone e della filiera, valutando la Supply Chain dei prodotti e servizi dal punto di vista sociale.

Ugualmente, riguardo la sostenibilità ambientale, le aziende agricole possono dimostrare il proprio buon operare e l’attenzione all’ambiente grazie alla certificazione biologica, anch’essa rilasciata da un ente terzo accreditato, come Qcertificazioni. Tale modello di produzione, disciplinato a livello europeo dal Regolamento UE 848/2018, è basato sul rispetto dell’ambiente, della biodiversità e sull’uso responsabile delle risorse ed esclude l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica come concimi, diserbanti e pesticidi. Dunque, quando un pomodoro è detto “biologico”, significa che esso è stato sottoposto a verifiche in ogni fase della sua produzione, dal vivaio – quando ancora era un seme e poi una piantina, pronta per essere interrata – alla tavola. In un processo di verifica che prevede la certificazione dell’intera catena di custodia.

Una volta ottenute, entrambe le certificazioni sia quella etica che quella biologica possono essere apposte sulle confezioni di pomodori o di alimenti che da essi ne sono composti. Consentendo a produttori e distributori di assecondare il bisogno dei consumatori e guidandoli in una scelta consapevole.

Fabio Bianciardi, Responsabile commerciale, QCertificazioni
Claudia Strasserra, Sustainability manager, Bureau Veritas Italia

Articolo pubblicato sul n. 5/2022 della rivista Alimenti & Bevande.

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