30 anni di BIO

di Alberto Bergamaschi

Sono passati 30 anni dall’inizio ufficiale dell’epoca del Biologico. Un periodo di tempo che, mi ricordo molto bene, e ho anche la percezione del periodo precedente. Erano anni molto complicati, in cui con una fortissima spinta dal basso, era iniziata una disperata ricerca di prodotti molto più sani e buoni, organoletticamente parlando, rispetto a quelli normalmente reperibili sul mercato. Non ci dimentichiamo che questa richiesta dal basso era stata un passo necessario per la salvaguardia della nostra incolumità. Era, infatti, il periodo delle bibite coloratissime: la menta era di un verde smeraldo introvabile naturalmente, l’aranciata si pavoneggiava di un arancione molto intenso, tanto che vietato il colorante, le case produttrici erano state costrette a uscire con bottiglie arancioni, per non creare un’eccessiva difformità cromatica. Anche tutti gli altri gusti non rispettavano la normalità, ma erano molto incisivi, sia cromaticamente che gustosamente. Non dimentichiamoci che, in quel periodo ci eravamo appena liberati dai distributori agli angoli delle strade, in cui potevi acquistare dei contenitori in plastica esposti tutto il giorno al sole, riempiti di acqua zuccherata e colorata in modo ossessivo. Quanto di meno salutare, inconsapevole e innaturale fosse possibile. In contrapposizione, come spesso accade nei momenti più difficili, erano sorto un commercio forsennato di prodotti che, a seconda del paese in cui erano commercializzati, si potevano chiamare: biologici, ecologici e organici. Questi prodotti si stavano diffondendo a macchia d’olio anche se la loro origine produttiva era, quanto meno, molto confusa. Si incominciò a venderli anche accompagnati da certificati, ma i disciplinari erano estemporanei e la certificazione era svolta soprattutto da appassionati della loro filosofia e non da veri esperti del settore. L’Europa fu, pertanto, obbligata a intervenire per mettere ordine in questo mercato allora di nicchia, ma che aveva tutte le caratteristiche di potere ampliarsi in modo interessante, soprattutto, ripeto perché la richiesta dei prodotti era partita dal basso e non, come al solito, imposto dall’industria. E allora esattamente trent’anni fa, il 24 giugno 1991, venne pubblicato il Reg. CEE N.2092/91, che conteneva per noi appassionati del prodotto e della sua etica, ma non grossi conoscitori del concetto di certificazione, degli aspetti innovativi: come prima cosa il disciplinare era unico a livello europeo e causò la fine dei molteplici disciplinari di convenienza, scritti con lo scopo di favorire certe produzioni locali, si era inoltre definito le caratteristiche che doveva avere un organismo di certificazione. Era in realtà una certificazione un po’ anomala: non essendoci nessuna prova analitica che potesse verificare che un prodotto fosse biologico. Per arrivare all’obiettivo nell’attività di certificazione, occorreva, infatti, utilizzare le informazioni raccolte, principalmente con visite ispettive, mirate per avere una ragionevole certezza che il prodotto esaminato potesse fregiarsi della qualificazione di biologico.

Forse è proprio per questo motivo che gli organismi di certificazioni autorizzati alla certificazione del prodotto biologico, fossero all’inizio composti soprattutto dagli appassionati di questa procedura che, se da un lato sono stati molto importanti per la sua diffusione, dall’altro hanno potuto spingere un produttore a esternare in modo ingenuo, ma convinto davanti a me, che rappresentavo la certificazione ufficiale, che lui era talmente biologico che gli bastava toccare il prodotto per farlo diventare tale, anche se non lo era.

Questo racconto, per farvi capire quanto è stato necessario in questi trent’anni fare crescere il mercato in tutte le sue componenti: la produzione, la trasformazione, la certificazione e il controllo della certificazione (il controllo dei controllori). In cui tutti, presi dalla passione, abbiamo cercato di alzare il livello, per permettere, tutti insieme, la consapevolezza dell’acquisto. Così, poco alla volta, lo scetticismo ha lasciato il posto alla fiducia e le affermazioni, più di facciata e di comodo che di sostanza, hanno lasciato il posto a critiche costruttive che sono riuscite a migliorare, passo dopo passo, la percezione del prodotto biologico, facendolo diventare quello che è adesso: un traino insostituibile per l’agroalimentare e non solo.


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